Seppur non direttamente coinvolta la Versus ha deciso di aggregarsi al gruppo di palestre di sport da combattimento che hanno intrapreso una azione legale contro Paolo Berizzi di Repubblica al fine di chiedere il sequestro del suo ultimo libro “l’educazione di un fascista”. Il volume è ufficialmente un atto d’accusa contro certe palestre italiane accusate di essere in realtà solo un mezzo di reclutamento per fantomatiche milizie di estrema destra, un progetto politico manovrato da Lega e Fratelli d’Italia. L’autore però non pubblica nessuna prova di questo e si limita a fare una serie di congetture basate sul nulla e non solo. Alcuni dei querelanti infatti contestano a Berizzi di non aver mai rilasciato le interviste che lui riporta nel libro.
Per quanto riguarda la Versus, che non è mai stata oggetto di alcun tipo di attacco del genere, dobbiamo sottolineare che la nostra società gemella, la Fight Academy di Varese, era stata oggetto di pesanti insinuazioni da parte di Berizzi ad inizio 2019. Insinuazioni del tutto infondate tanto che Repubblica dovette pubblicare una totale rettifica dell’articolo in questione. A distanza di un anno abbiamo però dovuto constatare che Berizzi ha ripubblicato nel suo volume le stesse insinuazioni per giunta ingigantendole ulteriormente.
Alla luce di tutto questo spiace che esponenti del mondo degli sport da combattimento e delle MMA in particolare abbiano pubblicizzato questo testo, sposandone le tesi salvo poi candidamente ammettere di non averlo letto. Un testo che attacca le nostre discipline in quanto tali, a prescindere dall’aspetto politico, definite di volta in volta “lotta tra bestie”, “combattimento tra cani”, “girone dantesco” ed in vari altri modi estremamente spregiativi.   
Il tribunale si pronuncerà in merito al sequestro. Noi nel mentre vi riportiamo un profilo di Paolo Berizzi dal quale si evince la totale inaffidabilità del soggetto anche quando non tratta di argomenti politici.

 

PAOLO BERIZZI, GIORNALISTA O BUFALARO?

Da una rapida ricerca nel web emergono vari episodi che inducono a dubitare dell’accuratezza e correttezza professionale di Berizzi. Ad attestarlo è in primis l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia che nel 2016 lo ha sanzionato col provvedimento della censura (per livello di gravità inferiore solo alla sospensione) “per violazione art. 2 L.69/63 e art. 1 Testo unico dei doveri del giornalista. Il provvedimento era riferito ad un articolo in cui il collaboratore di Repubblica sosteneva che a Cantù ci fosse un bambino dell’asilo che faceva il saluto fascista. Ne era al corrente, scriveva, anche il responsabile dell’istituto che aveva già convocato per due volte i genitori e meditava di informare il provveditore. Peccato però che sindaco e provveditore agli studi appresero invece la notizia dai giornali e si attivarono subito per verificarla ma nessuno tra il personale dell’istituto, responsabile in primis, ne sapeva nulla: https://www.iltempo.it/politica/2015/05/14/news/il-giallo-del-baby-balilla-di-cuneo-tutti-ne-parlano-nessuno-lo-trova-976555/ (scrivono per errore Cuneo nel titolo ma per il resto l’articolo è esatto). Alle domande del Collegio di disciplina dell’Ordine Berizzi non ha risposto o lo ha fatto in modo contradditorio. È quindi scattata la sanzione perché, si legge nella sentenza, “Berizzi non è riuscito a convincere questo Collegio di avere fatto tutto quanto è richiesto ad un cronista diligente per verificare una notizia prima di pubblicarla”.

Un caso isolato? Assolutamente no. Il 23 marzo 2015 Berizzi pubblica, sempre su Repubblica, una presunta intervista a Vanessa Marzullo, la ragazza sequestrata da terroristi islamici in Siria, un caso che all’epoca fece discutere. Presunta intervista perché l’interessata e tutti i suoi famigliari negarono di averla mai rilasciata. Berizzi non esibì nessuna registrazione o altra prova che potesse dimostrare l’avvenuta intervista: https://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/vanessa-palate-fango-su-di-noinon-sara-lultimo-viaggio-in-siria_1111718_11/

Tornando invece alla verifica delle notizie, motivazione della censura inflittagli dall’Ordine dei Giornalisti nel 2016, pare non sia proprio il punto di forza di Berizzi. Nel 2009 infatti Repubblica pubblicò un falso scoop sull’ex ministro La Russa: una foto che avrebbe ritratto il politico in compagnia di un esponente della ndrangheta. Peccato che in realtà la persona in questione fosse un carabiniere. La foto compariva anche nel suo libro “Bande Nere” che l’editore Bompiani dovette ritirare dal commercio dopo essersi scusato con La Russa: http://www.ilgiornale.it/news/russa-l-ha-spuntata-foto-col-falso-boss-libro-bande-nere.html

Gli “scoop” di Berizzi non si limitano però al mondo politico ed alla stretta attualità. È infatti salito alla ribalta per alcune sue incursioni nel mondo dell’industria alimentare. La più famosa è la storia del pane rumeno cotto col legno delle casse da morto: https://ilfattoalimentare.it/pane-romeno-berizzi-repubblica.html https://ilfattoalimentare.it/quotidiano-la-repubblica-pane-rumeno-supermercati-confusione-allarmismo-senza-motivo.html L’autore degli articoli, Roberto La Pira, è un noto esperto del settore e non muove certo contro Berizzi per odio ideologico. È stato infatti direttore della rivista Altroconsumo e, tra le tante testate giornalistiche con cui ha collaborato, ci sono pure L’Unità e L’Espresso, stesso gruppo editoriale di Repubblica.

Ripetutamente si è anche occupato di olio, scrivendo varie inesattezze e fornendo dati e prezzi di questo prodotto completamente sbagliati: https://ilfattoalimentare.it/la-repubblica-bufale-prezzi.html https://ilfattoalimentare.it/olio-taroccato-extravergine-larepubblica.html https://ilfattoalimentare.it/truffe-olio-extra-vergine-deodorato-la-repubblica.html Ci sarebbe da ridere se, come riporta il giornalista ed oleologo Luigi Caricato, queste uscite non avessero danneggiato l’industria olearia italiana: https://www.olivomatto.it/2013/03/sara-possibile-rilanciare-lolio-di-oliva-delle-imprese-italiane-in-cina/

Di nuovo La Pira su “Il Fatto Alimentare” evidenzia la cattiva informazione fatta da Berizzi sul settore alimentare: https://ilfattoalimentare.it/il-quotidiano-la-repubblica-difende-il-made-in-italy-a-tavola-ma-lo-racconta-in-modo-furbesco-e-un-p.html

La firma di Repubblica è però noto soprattutto come esperto di neofascismo, sul cui ritorno “ha costruito una carrierina (ricca di bufale)” secondo Francesco Borgonovo de “La Verità”.  http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/boldrini-saviano-ascoltate-segre-ndash-ldquo-non-tutti-quelli-che-176099.htm Sul tema Berizzi ha scritto tre libri: il già citato “Bande Nere” (quello della clamorosa figuraccia, per non dire di peggio, della foto di La Russa con un mafioso che era in realtà un carabiniere), “Nazitalia” ed il sopracitato “L’educazione di un fascista”. Con queste credenziali non ci viene certo voglia di leggerli perché dell’attendibilità di quanto c’è scritto pare lecito dubitare.

La paura del fascismo è un ottimo sistema per fare carriera in Italia. È facile utilizzarla per fare sensazionalismo ed allarmismo, i modi migliori per vendere. Inoltre degli ambienti neofascisti non sa nulla nessuno salvo chi li frequenta. Se ne può scrivere quindi qualsiasi cosa, anche puramente inventata, tanto nessun politico o giornalista ne prenderà le difese ed è assai improbabile che qualche giudice gli dia ragione in tribunale. Gli scoop di Berizzi in materia? La denuncia, ovviamente su Repubblica, della spiaggia veneta con immagini del duce (frequentata da molti anni da centinaia di turisti ma per Berizzi si è trattato di una clamorosa scoperta) e la denuncia di un ristoratore siciliano che sul biglietto da visita raffigura un’immagine di Mussolini. Tanto furore antifascista non gli ha però impedito di portare a cena la sua ragazza, Ana Laura Ribas, nel ristorante che lei preferisce, “Da Oscar il fascista” a Milano, locale pieno di immagini del ventennio: https://www.quotidiano.net/gossip/2008/09/10/117269-ribas_berizzi_ritorno_fiamma.shtml Evidentemente anche per lui vale il detto “tira più un pelo di fXXX di un carro di buoi”.

Il 30 gennaio 2019 invece, in un articolo su Repubblica intitolato “Ultrà, neonazisti e narcos: l’ascesa dei fratelli Bosco divisi tra droga e stadio” scrive che Daniele “Dado” Bosco, arrestato per traffico di stupefacenti all’interno di una operazione anti ndrangheta è “titolare della palestra Fight Academy a Morazzone”. Repubblica dovrà poi pubblicare una rettifica inviata dalla società in questione poiché “L’ASD Fight Academy è una Associazione Sportiva Dilettantistica e non una azienda. Come tale non ha titolari o proprietari che dir si voglia ma solo un presidente ed un consiglio direttivo. Daniele Bosco non è nemmeno proprietario dei locali sede della palestra né titolare di contratto d’affitto o subaffitto dei medesimi. Non ricopre ne ha mai ricoperto alcun incarico tecnico o dirigenziale all’interno della ASD Fight Academy e non è neppure uno dei soci fondatori. Daniele Bosco è stato un semplice tesserato della ASD Fight Academy, come altre centinaia di ragazzi in oltre dieci anni di attività, ma non lo è più da oltre un anno. Nessun dirigente o tecnico della ASD Fight Academy è coinvolto nell’operazione “Ossessione” di cui parla il vostro articolo o in altre vicende giudiziarie di qualunque genere. Inoltre nessun dirigente o tecnico della ASD Fight Academy ricopre o ha mai ricoperto ruoli di leadership nella tifoseria organizzata del Varese calcio o di altre società sportive. Si precisa inoltre che il defunto Daniele Belardinelli, da voi citato nel medesimo articolo, non è mai stato dirigente o tecnico della ASD Fight Academy ma solo un suo atleta. Non ci è peraltro nota alcuna sua condanna per fatti di droga. La ASD Fight Academy è per statuto apolitica, in quanto tale non ha mai partecipato ad alcun tipo di evento politico di qualunque connotazione e nessuno dei suoi tecnici e dirigenti svolge politica attiva di qualsiasi tipo in nessun tipo di organizzazione di qualsivoglia orientamento”.

Non pago il Berizzi si spaccia anche per fine analista politico e, manco a dirlo, anche qui svela a noi poveri ignoranti trame segrete. Secondo non è dato sapere quali fonti a detta di Berizzi “La Lega, ha prima appoggiato e poi ha preso i voti dell’estrema destra… In questo modo ha raccolto quei consensi che gli hanno permesso di trionfare alle ultime elezioni del 4 marzo (2018 NDR)”.

Ora, come di qualunque altro politico di Salvini si può pensare tutto il male possibile ma un conto sono le opinioni ed un altro i fatti. Guardiamo date e numeri. Salvini diventa segretario della Lega il 15 dicembre 2013. Nel febbraio precedente si era votato per il parlamento. La Lega prese il 4%. L’estrema destra divisa su varie liste ottenne lo 0,5% dei voti senza eleggere rappresentanti. Erano nella coalizione di centro destra Fratelli d’Italia col 2% e La Destra di Storace con lo 0,9%:

http://www.repubblica.it/static/speciale/2013/elezioni/camera/riepilogo_nazionale.html

5 anni dopo la Lega balza al 17%, Fratelli D’Italia al 4%. E l’estrema destra? Sempre divisa in più liste “sale” all’1,3% restando sempre fuori dal parlamento. Berizzi dovrebbe quindi spiegare quali voti di estrema destra abbia preso la Lega permettendogli addirittura di “trionfare”. Più probabile che abbia raccolto voti di Forza Italia scesa del 7% e soprattutto i voti di tanti delusi dalla sinistra, emblematici i casi di Pisa e Terni: https://www.ilfoglio.it/politica/2018/06/25/news/comunali-2018-ballottaggi-trionfo-centrodestra-lega-cadono-roccaforti-rosse-202145/

Due parole anche per la sua coerenza. Fa il giornalista impegnato di sinistra su Repubblica. Cominciò la carriera a “Il Borghese” con Vittorio Feltri, il giornalista più reazionario d’Italia, che seguì per anni a Libero, quotidiano di destra.

Si presenta come laureato in filosofia. Sicuramente è seguace del soggettivismo, ovvero di “una dottrina che nega l’esistenza di criteri di verità e di valore indipendenti dal soggetto che pensa o giudica. Ne consegue la negazione estrema, radicale, di quanto è reale ed oggettivo” (Wikipedia).

Per chiudere, gli paghiamo la scorta della polizia (ben 12 agenti a tempo pieno). Motivo? Gli haters che su internet lo insultano, due svastiche disegnate sul muro sotto casa (che potrebbe aver disegnato chiunque) e, secondo la Federazione Nazionale Stampa Italiana “la sfida ad un pubblico dibattito da parte di Maurizio Murelli (un editore milanese di destra NDR)”. Vorremmo comunque sapere se in Italia chiunque riceva degli insulti sul web abbia diritto alla scorta visto che l’avevano tolta anche al Capitano Ultimo, l’uomo che arrestò Riina https://www.ilsussidiario.net/news/rita-dalla-chiesa-tolta-scorta-a-capitano-ultimo-denuncia-social-io-non-ci-sto/1935054/ e a tanta altra gente http://www.strettoweb.com/2019/07/cutro-imprenditore-siciliana-mafia-senza-scorto-sono-morto-che-cammina/867016/ https://palermo.meridionews.it/articolo/83437/ha-denunciato-la-mafia-ma-oggi-rimane-senza-scorta-nessuna-protezione-per-valeria-grasso-e-anormale/  https://www.telejato.it/home/mafia-2/dopo-la-puntata-di-report-revocata-la-scorta-al-testimone-di-giustizia-gennaro-ciliberto/ Casi del genere accadono di continuo poi, se si mobilità l’opinione pubblica, magari la scorta viene riassegnata ma non sempre.